La fotografia dell’Arval Mobility Observatory

Il barometro del comparto indica i cambi di direzione. La fotografia dell’Arval Mobility Observatory

di Valentina Menassi
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Non è più una questione di chiavi consegnate al dipendente o di contratti di noleggio da rinnovare. La mobilità aziendale, oggi, somiglia molto di più a una leva che attraversa tutta l’impresa, ridisegnandone priorità, equilibri e perfino la cultura decisionale. È un cambiamento silenzioso ma radicale: le flotte non sono più un costo da comprimere, bensì un asset da governare.

Il Barometro 2026 di Arval Mobility Observatory fotografa con precisione questo passaggio di fase. A occuparsi di mobilità non sono più solo i fleet manager: nel 24% dei casi è direttamente l’amministratore delegato a entrare nel merito delle scelte, superando persino gli specialisti di funzione. A spingere questo cambio di prospettiva è una combinazione di fattori. Da un lato, la pressione normativa sui motori termici, indicata come priorità dal 38% delle aziende; dall’altro, la necessità di introdurre alimentazioni alternative (32%) e di contenere un costo totale di possesso in crescita costante (30%). In mezzo a questo scenario si muove una figura che cambia pelle: il fleet manager. Non più semplice gestore operativo, ma snodo decisionale chiamato a tenere insieme esigenze ambientali, finanziarie e organizzative.

Secondo l’indagine condotta con Ipsos, la telematica è diffusa – adottata dal 44% delle aziende – ma resta confinata a un utilizzo tattico: migliorare la sicurezza, ottimizzare i percorsi, aumentare l’efficienza. Più raro è l’impiego dei dati per orientare scelte strutturali, come la revisione delle car policy o le strategie di elettrificazione. Ed è proprio la transizione energetica a rappresentare il banco di prova più complesso. L’84% delle aziende ha già intrapreso, o intende intraprendere, la strada delle alimentazioni alternative. Ma non esiste una traiettoria unica. Al contrario, prevale un approccio pragmatico, fatto di convivenza tra tecnologie diverse: ibrido, plug-in ed elettrico si intrecciano all’interno delle flotte, adattandosi a esigenze operative differenti.

Il tema della ricarica, in questo senso, è emblematico. L’82% delle aziende prevede di investire in infrastrutture presso le proprie sedi, mentre cresce il ricorso alla rete pubblica. Più marginale resta la ricarica domestica, segno che il sistema non è ancora pienamente maturo. La transizione, insomma, non è solo una questione di veicoli, ma di ecosistemi. Parallelamente, prende forma un altro cambiamento: l’espansione della mobilità alternativa. Car sharing, bike sharing, car pooling e piattaforme digitali non sono più soluzioni accessorie, ma componenti integrate dell’offerta aziendale. L’83% delle imprese ha già adottato almeno una di queste opzioni. Eppure, il dato più interessante è un altro: il 93% prevede che la propria flotta resterà stabile o crescerà nei prossimi tre anni. Segno che non siamo di fronte a una sostituzione, ma a una stratificazione.

Come osserva Massimiliano Abriola, alla guida dell’osservatorio italiano, le imprese chiedono oggi «ecosistemi più intelligenti, più connessi e più integrati». Non è solo una questione tecnologica, ma culturale. Il Barometro 2026, più che offrire risposte definitive, mette a fuoco una transizione ancora in corso. E forse è proprio qui che si gioca la sfida più interessante: nella capacità di trasformare la complessità in visione, senza ridurla a una semplice voce di bilancio.

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venerdì 8 maggio 2026 - Ultimo aggiornamento: 09:54 | © RIPRODUZIONE RISERVATA